La felicità condiziona “negativamente” il nostro appetito

di Redazione

La chiamano fame nervosa ed è quell’impulso istintivo di recarsi in cucina e svuotare la dispensa o alzarsi dalla scrivania per aggredire la macchinetta degli snack. Si mangia e poi si mangia ancora, per rispondere alle emozioni. Emozioni che nella maggior parte dei casi identifichiamo come tristezza, noia o stress. Quante volte però vi siete seduti a tavola con gioia e proprio in virtù di questa sensazione euforica avete deciso di festeggiare con qualcosa di buono?

Diamo sempre la colpa dei nostri vizi alle debolezze. È modo per scusarsi. È certamente più facile pensare sono grasso perché sono tanto stressato piuttosto che sono grasso perché sono vittima della mia gola. In realtà, sono tantissime le occasioni felici in cui mangiamo, più che nella vita “normale”. Pensiamo alle feste comandate, ai matrimoni, alle cene con gli amici, ai compleanni e a tutti i successi, piccoli e grandi, ottenuti.

A sottolineare questa tendenza sono i ricercatori della Utrecht University, che hanno condotto uno studio, su studenti universitari non obesi. Risultato? È emerso che i ragazzi sono più propensi a consumare maggior calorie e tra l’altro cibi meno sani, proprio sull’onda delle emozioni positive, mentre quelle negative tendono a tamponare un pochino questo impeto.  Alessandra Mauri, psicologa e psicoterapeuta all’ Unità malattie metaboliche e nutrizione clinica dell’Ulls di Treviso, ha commentato a LaStampa:

È la prima volta che l’ambiente scientifico presta tanta attenzione alla relazione fra emozioni positive e consumo di cibo. Comunque è l’esperienza comune a dirci che, quando stiamo bene, in particolare in situazioni di convivialità, spesso amplifichiamo questo “star bene” mangiando. E se da un lato il desiderio di godere del buon cibo può essere favorito dal sentirsi bene, dall’altro il cibo può apparire ancora più buono proprio perché ci si sente già bene. Ma poiché oggi il cibo è facilmente disponibile e siamo sempre meno portati ad utilizzarlo solo per soddisfare le nostre esigenze biologiche, bisogna fare in modo di non “gestire” le nostre emozioni attraverso il cibo.

 

 

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