Le proprietà afrodisiache della rucola

di Redazione Commenta

La rucola o rughetta era molto cara agli antichi soprattutto per le sue proprietà curative. I Romani, che ne consumavano anche i semi, le attribuivano qualità magiche e la utilizzavano nei filtri amorosi, ritenendola il più potente tra gli afrodisiaci. La sua coltivazione era spesso effettuata nei terreni che ospitavano le statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità. Nel medioevo era proibito coltivarla nei monasteri in quanto considerata un potente eccitante.

Come affermava Plinio,

“Si crede ancora ne’ cibi sia facoltà di eccitare Venere, sì come per gli uomini è nella rughetta, e nelle cipolle per le bestie”.

Tra gli studi scientifici che cercano di dare spiegazione all’utilizzo afrodisiaco di queste piante, è interessante quello effettuato da ricercatori italiani appartenenti al dipartimento di Scienze farmacologiche dell’università di Milano e a quello di Scienze farmaceutiche e di Sanità Pubblica Veterinaria di Bologna. L’attenzione dei ricercatori si è incentrata su alcune piante utilizzate in questi casi ( Eruca sativa Mill, Ferula hermonis, Tribulus terrestris, Cinnamomum cassia e Epimedium brevicorum) ed in particolare su alcuni loro componenti in grado di inibire l’attività di un enzima chiamato Fosfodiesterasi-5 A . E’ su questo principio che si basa l’azione di alcuni noti farmaci adoperati nell’impotenza maschile.

Molto schematicamente nel corso dell’erezione viene rilasciato Ossido nitrico, molecola ad azione antiossidante, vasodilatatrice, antiarteriosclerosi, che penetra all’interno delle fibrocellule muscolari dei corpi cavernosi del pene. Si attiva così la produzione di una sostanza la guanosina monofosfato ciclico che porta al rilassamento muscolare, quindi alla dilatazione e all’ aumento dell’afflusso di sangue all’interno dei corpi cavernosi stabilendo l’erezione. Chi inibisce l’azione del cGMP è un enzima, la Fosfodiesterasi 5 (PDE5) sul quale agiscono farmaci come il sidenalfil, ad esempio.

Nella sperimentazione, l’estratto dell’Epimedium ha dimostrato di essere il più attivo fra tutti (superando di poco la rucola), per la presenza di un suo componente chiamato icariina, nell’inibire l’azione dell’enzima PDE-5. Gli studiosi hanno quindi prodotto, partendo dall’icariina originale, alcune versioni modificate e, tra queste, la 5 ha dato maggiori prove d’efficacia. Esistono molte specie di Epimedium, tutte appartenenti alla famiglia delle berberidacee edendemiche del sud della Cina, con presenza in Europa e in Asia del centro, del sud e dell’est.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>