Pranzo da casa, un effetto della crisi che fa bene alla salute?

di Redazione Commenta

Portare al lavoro il pasto preparato a casa sta diventando un’abitudine sempre più diffusa tra gli italiani. Se negli anni Ottanta e Novanta i fast food e le tavole calde andavano per la maggiore, oggi sembra che sia in atto una controtendenza a favore del pranzo a sacco. Ed ecco, che tra il pc e il fax, rispunta la fantomatica schiscetta.

La moda, se così si può definire, di portarsi il pasto da casa sembra impazzare negli uffici di tutta Italia. La pausa pranzo fai da te, dunque, sembra essere ritornata in auge, tra impiegati e manager. Il motivo non è legato esclusivamente alla necessità contigente di risparmiare, ma anche per una questione di salute.

Quante volte vi sarà capitato di andare in pausa pranzo in qualche bar o ristorante vicino al luogo lavoro e di ritrovarvi con una colite di quelle dure a morire? Eventualità alquanto rara se ci si preparare il pranzo da soli, senza contare la possibilità di scegliere gli alimenti più genuini, oltre che quelli quelli più congeniali al nostro palato.

Una ricerca condotta recentemente dal sito “Occhio al Trend” su un campione di 600 lavoratori tra i 20 e i 55 anni, ha dimostrato come il 53% preferisca portarsi il pranzo da casa. La maggior parte delle persone (46%) lo fa per risparmiare, ma una buona fetta di lavoratori (29%) sceglie quest’alternativa per mangiare pasti più sani ed equilibrati o per avere una maggiore varietà (19%).

Secondo Luciano Sgraga, direttore dell’ufficio studi della Fipe, la federazione dei pubblici esercizi di Confcommercio, non sono dati da sottovalutare. Come ha spiegato:

Se un italiano su due si portasse davvero il pranzo da casa assisteremo a un tracollo del settore. Quel campione non è rappresentativo, ma è vero, indica un trend. Un segnale rilevato, anche se in misura più contenuta, dalle nostre ricerche.

A dettare questo cambio di rotta nell’alimentazione, dunque, sarebbe da un lato la spinta salutista, e dall’altro la voglia di risparmiare. I prezzi dei punti di ristoro, infatti, negli ultimi anni sono diventati particolarmente salati. Basti pensare che dal 2001 una bottiglia d’acqua è aumentata del 217%, un tramezzino del 186%, una pizzetta rossa del 199%. Mangiare al bar o al self service per 1 mese, infatti, può costare anche 270,82 euro.

Si tratta di una somma considerevole, che può certamente incidere sul bilancio personale e familiare. Non stupisce, perciò, se gli italiani alla fine della fiera preferiscano portarsi il pasto da casa piuttosto che farsi “spennare” nei bar o nelle tavole calde. Secondo i lavoratori intervista da Occhio al Trende, con il pranzo a sacco risparmiano dal 30% al 50% per ogni pasto.

La schiscetta, a parte le motivazioni di nautra economica, è la soluzione ideale anche per i cosiddetti salutisti, più attenti ai sapori e alla qualità del cibo, e non è un caso come la spesa per frutta e verdura sia aumentata del 9,55%.

La rivincita del pranzo a sacco ha contagiato anche la rete, tanto che le pagine e i blog dedicati alla schiscetta si sono lettermalmente moltiplicati, senza contare che molte aziende hanno ripreso a produrle. A Milano, inoltre, è stato organizzato anche il pirmo Schiscetta day, per protestare contro la qualità delle mense gestite da Milano Ristorazione.

Il successo del pranzo a sacco, dunque, sembra essere molto di più che una semplice moda passeggera. L’unico neo, forse, è la mancanza di convivialità che comporta una scelta del genere, facilmente superabile, tuttavia, se l’azienda dispone di una sala dove poter pranzare in compagnia dei colleghi e scambiare qualche battuta.

Se la schiscetta resisterà al tempo, chiaramente, è tutto da vedere, la storia, come si sa, è fatta di corsi e ricorsi, e il pranzo non fa di certo eccezione!

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